Ambulatorio Veterinario Dr. Alberto Brandi
 Home  |  Chi siamo  |  domande frequenti  |  domande frequenti 2  |  Prestazioni  |  Utilities  |  Contatti 
       
 domande frequenti
domande frequenti >> LEISHMANIOSI

LA LEISHMANIOSI CANINA:

EPIDEMIOLOGIA, CLINICA E TERAPIA

flebotomo 

La leishmaniosi canina è una patologia protozoaria causata da Leishmania infantum, trasmessa da ditteri ematofagi (flebotomi), che coinvolge il sistema reticolo-endoteliale, in forma più frequentemente subacuto-cronica. La malattia è la conseguenza di una "lotta armata" tra il sistema immunitario dell’ospite e i meccanismi di evasione del parassita, che quasi sempre assicura la sopravvivenza del protozoo e la sua diffusione tra la popolazione degli ospiti (uomo, cane).

figure 1.2.3 lesioni cutanee  figura 4 tracciato elettroforetico                                              

 

Il trattamento terapeutico della leishmaniosi è stato oggetto di numerosissimi studi; l’interesse degli studiosi per questa malattia, largamente diffusa tra la popolazione umana in quasi tutti i continenti (circa 12.000.000 di casi umani con 1.000.000 di persone nuove infette ogni anno), è amplificato dal fatto che il serbatoio più attivo nella diffusione della forma viscerale umana è il cane, animale la cui funzione sociale è senza dubbio di primaria importanza in molte parti del mondo. Nonostante il progredire degli studi epidemiologici, la reale incidenza della leishmaniosi canina non è a tutt’oggi conosciuta, anche se vi sono segnalazioni di focolai in alcune regioni italiane (compresa la Campania) spagnole e greche nei quali la prevalenza dell’infezione raggiunge il 30 – 40 %, con punte, in alcuni casi, del 70%. Il controllo della malattia nel cane, quindi, insieme alla lotta ai vettori, rappresenta il mezzo più valido per salvaguardare la salute umana, oltre naturalmente a preservare quella degli animali colpiti. Un profondo motivo di riflessione è dato dal fatto che, com’è ampiamente noto, le persone immunocompetenti che si ammalano, guariscono completamente in seguito a terapia specifica, a differenza di quanto accade nel cane nel quale le recidive sono un evento costante, indipendentemente dalla sostanza utilizzata. Il farmaco ideale dovrebbe avere un’azione leishmanicida e/o immunomodulatrice così da consentire l’eliminazione del parassita mediante l’aiuto del sistema immunitario dell’ospite. Dovrebbe inoltre essere caratterizzato da bassa tossicità, scevro da effetti collaterali, facile da somministrare e da reperire in commercio.

Il veterinario quindi, allo stato attuale, si trova a dover affrontare una zoonosi già di per sé molto complessa e ancora poco conosciuta, praticamente inguaribile, della quale non conosce nemmeno la reale incidenza e per la quale, per motivi di ordine etico, non sono proponibili le misure di polizia veterinaria attuabili in altre malattie degli animali trasmissibili all’uomo (stamping out).

Il notevole polimorfismo dei quadri clinici della malattia riflette le svariate combinazioni che possono realizzarsi in virtù della diversa virulenza dei ceppi di leishmania in causa e le condizioni immunitarie dell’animale, queste ultime probabilmente predeterminate da fattori genetici, del tutto sconosciuti in questa specie animale.

In base alle manifestazioni cliniche, i soggetti leishmaniotici, con buona approssimazione, vengono classificati in asintomatici (resistenti o in fase pre-clinica), oligosintomatici, sintomatici e marcatamente sintomatici. Fino ad alcuni anni orsono, la maggior parte dei veterinari era concorde nell’eseguire il trattamento terapeutico specifico esclusivamente nei soggetti che manifestavano segni clinici di malattia, compresi gli squilibri dei parametri di laboratorio, in particolare le alterazioni del quadro sieroproteico (iperproteinemia, alterato rapporto albumine/globuline), e le cui funzioni organiche, prima fra tutte quella renale, non fossero irrimediabilmente compromesse. In base alla sola classificazione clinica, infatti, gli animali asintomatici non sempre venivano sottoposti a chemioterapia, specialmente quando i loro titoli anticorpali erano molto bassi o al limite della positività. Esaminando più in dettaglio la situazione di questa particolare classe di animali, ci si può rendere conto di come il solo inquadramento clinico/sierologico non sia sufficiente a farci comprendere il loro stato immunitario nei confronti del parassita. Com’è noto, infatti, dal punto di vista immunitario, i cani leishmaniotici vengono distinti in due grossi gruppi (distinzione peraltro non sempre rispondente alla realtà, almeno in maniera così schematica): soggetti a risposta tipo Th1 e soggetti a risposta Th2. I primi, sono quelli che hanno una buona protezione cellulo-mediata e riescono a tenere sotto controllo l’infezione (titoli anticorpali molto bassi) e a non sviluppare malattia; i soggetti appartenenti al secondo gruppo, invece, sono caratterizzati da una risposta immune di tipo umorale, (titoli anticorpali alti) non protettiva, che quasi sempre esita in manifestazioni cliniche tipiche della patologia. Un animale asintomatico, quindi, potrebbe essere un soggetto geneticamente resistente ma anche un soggetto in fase molto precoce d’infezione e destinato a sviluppare la malattia. La risposta di tipo Th1, inoltre, non deve essere intesa come uno stato fisso ed immutabile: numerose situazioni, infatti, tra le quali vanno annoverate soprattutto le malattie intercorrenti tipiche delle zone endemiche (ehrlichiosi, epatozoonosi, babesiosi, filiariosi) possono determinare lo "switch" Th1/Th2 e quindi la comparsa della sintomatologia. Ancora oggi, purtroppo, i test che permettono di distinguere le due classi di animali (test intradermico con la leishmanina, test di stimolazione linfocitaria, determinazione delle varie citochine), non sono eseguibili routinariamente, soprattutto su larga scala, per cui, nel dubbio, le indicazioni più recenti consigliano di trattare tutti gli animali nei quali sia dimostrabile il parassita. Purtroppo, il rischio di questa semplificazione è quello di sottoporre a terapia anche gli animali "naturalmente resistenti", nei quali lo stesso trattamento potrebbe risultare in qualche maniera negativo, alterando l’equilibrio ospite/parassita. E’ utile insistere sul fatto che la chemioterapia antileishmania debba essere eseguita solo negli animali per i quali la diagnosi sia di certezza: in altri termini, i titoli anticorpali uguali o inferiori a 1:80 – 1:160 (IFAT), in assenza di dimostrazione del parassita, pur in presenza di segni clinici di malattia (nessuno dei quali patognomonico), non giustificano l’inizio della terapia. In questi casi, infatti, è utile ripetere il test sierologico 30-60 giorni dopo la prima diagnosi di sospetto.

Lo sviluppo di nuovi protocolli terapeutici per il trattamento della leishmaniosi canina è una delle sfide più affascinanti nel settore della ricerca veterinaria. Lo scopo della terapia antileishmania, vista l’impossibilità di eliminare il parassita, assume un duplice aspetto: da un lato diminuire la carica parassitaria degli animali e di conseguenza renderli serbatoi potenzialmente meno attivi, dall’altro favorire la risposta immunitaria cellulo-mediata. E’ stato osservato, infatti, che nella maggior parte degli animali ammalati, il trattamento terapeutico favorisce lo switch della risposta immunitaria dal tipo Th2 al tipo Th1; a conferma di ciò sono i risultati di un lavoro recentissimo, nel quale è stata dimostrata la necessità dell’interleuchina 4 (IL4), citochina tipica della risposta di tipo Th2, per l’efficacia della chemioterapia antileishmania. Come già accennato in precedenza, purtroppo, mancano dati certi e a lungo termine sugli effetti della chemioterapia sui cani asintomatici caratterizzati da un pattern citochinico di tipo Th1. E’ da tenere in conto, inoltre, che la maggior parte degli studi di tipo immunologico in corso di leishmaniosi viene condotta in topi (spesso geneticamente modificati) infettati sperimentalmente; è inevitabile, pertanto, che i dati ottenuti non siano sempre corrispondenti a quanto succede nei cani che contraggono l’infezione e la malattia in condizioni naturali. I protocolli terapeutici più frequentemente utilizzati in Italia sono quelli che prevedono l’impiego dell’antimoniato di N-metilglucamina (Glucantim) in combinazione con l’allopurinolo o con l’amminosidina, con dosaggi e tempi di somministrazione molto variabili,la miltefossine è un nuovo farmaco introdotto in commercio da poco tempo e che sembra abbia buone capacità terapeutiche

I tre farmaci precedentemente citati spesso vengono utilizzati in monoterapia. Farmaci considerati "alternativi" sono l’amfotericina B (classica o liposomizzata), la pentamidina, il chetoconazolo e il metronidazolo; ancora in fase di sperimentazione sono , l’atovaquone e alcuni chemioantibiotici quali la spiramicina e i chinolonici. Vengono riportati di seguito alcuni esempi di schemi terapeutici desunti dalla letteratura:

 

Allopurinolo:

·         20-30 mg/kg BID, per os, per 1 mese in associazione con Glucantim (75 mg/kg BID, s.c.), poi per 12 mesi come terapia di mantenimento (Ferrer, 1997);

·         15 mg/kg BID, per os, per 1 mese in associazione con Glucantim (100 mg/kg/die, s.c.), poi per 8 mesi come terapia di mantenimento(Denerolle, 1999);

·         10 mg/kg/die, per os, per 2-24 mesi (Cavaliero, 1999).

 

Antimoniato di N-metilglucamina:

·         50 mg/kg, BID, s.c., per 1-2 mesi o fino a normalizzazione del quadro clinico (Oliva, 1998);

·         75-100 mg/kg, BID, s.c., per 2-3 mesi (Pennisi, 2000).

 

Amminosidina

·         5,25-10,5 mg/kg, SID o BID, s.c., per 3 settimane (Persechino, 1994; 1995)

·         10 mg/kg, SID, s.c., per 4 settimane (Poli, 1995)

·         10,5 mg/kg, SID, s.c., per 3 settimane, in associazione con Glucantim, 50 mg/kg, BID, s.c., per 1 mese (Oliva, 1998).

 

Amfotericina B desossicolato

·         0,5-0,8 mg/kg, e.v., ogni 2-3 gg, fino a una dose totale di 8-15 mg/kg. Sospendere quando la creatininemia superi i 2,5 mg/dl (Lamothe, 1997)

·         1-2 mg/kg, e.v., 1-2 volte alla settimana, fino ad una dose cumulativa di 8-12 mg/kg, di una soluzione ottenuta mescolando 50 mg di Amfotericina (diluita in 10 ml di acqua distillata sterile) + 30 ml di Intralipid 10% (Lamothe, 1999);

·         0,2-0,3 mg/kg (1a e 2a dose), poi 0,4 mg/kg (3a – 30 dose), SID, e.v., a gg alterni (Delgado, 2000, dati non pubblicati).

 

Amfotericina B microincapsulata nei liposomi (AmBisome)

·         3 mg/Kg, SID, e.v., per 5 gg consecutivi + una singola dose dopo 10 gg dall’inizio del trattamento (Oliva, 1995).

 

Pentamidina

·         4 mg/kg, SID, i.m., a gg alterni, per 1 mese (Lamothe, 1999).

 

Un punto fondamentale che bisognerebbe prendere in considerazione nella scelta terapeutica è la valutazione del potere infettante residuo dei soggetti trattati: nella maggior parte dei casi, i cani leishmaniotici trattati restano comunque un serbatoio attivo, spesso portatori di ceppi di leishmania chemioresistenti in virtù dei trattamenti indiscriminati.

Allo stato attuale, purtroppo, risulta impossibile verificare il potere infettante di tutti i cani trattati mediante l’uso di flebotomi (prova biologica), e l’eventuale presenza in essi di ceppi resistenti.

L’attenzione degli studiosi che si interessano dell’argomento è oggi rivolta verso due nuovi campi: l’immunoterapia e la profilassi vaccinale, senza naturalmente trascurare l’interessantissimo filone di ricerca volto alla messa a punto di sostanze utilizzabili nei confronti dei flebotomi. Gli immunomodulanti specifici sono delle sostanze (in genere proteine) prodotte dallo stesso agente eziologico che si vuole contrastare, sia esso una cellula tumorale o un microrganismo, e che hanno un evidente ruolo nello stimolare una risposta protettiva specifica in soggetti "responder". Nel campo della leishmaniosi sono stati già individuati e selezionati alcuni antigeni capaci di evocare in alcuni animali di laboratorio (si spera anche nel cane) una risposta immunitaria protettiva, o consentire la guarigione di quelli ammalati. Altre strade percorribili sono quelle che prevedono l’impiego di linfochine "positive" (interferone gamma, interleuchina 12), da utilizzare a scopo profilattico o terapeutico. Diversi esperimenti vaccinali sono in corso in varie parti del mondo, sia nell’uomo che nel cane, anche se, almeno per quanto riguarda la specie canina, pur in presenza di risultati parziali apparentemente positivi, non sono stati ancora messi a punto dei protocolli utilizzabili nella pratica professionale. E’ auspicabile che, nel prossimo futuro, la combinazione tra la terapia farmacologica dei soggetti ammalati, la profilassi vaccinale di quelli indenni e l’applicazione su larga scala di misure di lotta ai flebotomi vettori, porti ad un controllo sempre più efficace di questa temibile zoonosi.

                                                                                                     

       Per ulteriori informazioni consultare il sito     WWW.LEISHMANIA:ORG                                                                                          

 


File Allegati
 
 
 Ambulatorio Veterinario Dr. Alberto Brandi - P.IVA 01823500515 - Privacy - Note legali
Powered by Logos Engineering - Lexun ® - 26/09/2017